..:::Un granello di Senapa:::..
Questo racconto e' aperto.
1) nel senso che e' un work in progress
2) nel senso che puo' partecipare CHIUNQUE e NON solo i redattori (anzi, i redattori chis se li incula...)
3) le regole sono poche e semplici:
A-e' scritto a ritroso: si e' partiti dal finale, con tutta una serie di conseguenze che si possono immaginare
B-leggi con attenzione quello che e' stato scritto finora
C-si tratta di andare nei commenti e postare la propria parte di racconto che dovra PRECEDERE gli avvenimenti letti (temporalente e logicamente) e conservare appena appena un ciccinino dello stile generale.
D-TOTALE liberta' creativa!
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martedì, maggio 04, 2004
Sto ancora ridendo per come hai chiesto dov'era il bagno! avevi detto che ti ricordavi l'italiano! Non puoi prendertela con quel povero cristo se non capisce il tuo grammelot! Quando tornerai al tavolo forse faro' finta di non conoscerti. Quante cose vorrei spedirti. Cose che non riesco a dire perche' Roma mi soffia quella sabbia sulle labbra...Cose che vorrei viaggiassero verso Parigi, verso il tuo domani. Cose che mi appartengono. Se ti dicessi ora...no, ora penseresti solo che sto cercando di scusarmi per il mio comportamento di ieri sera...Sai una cosa? Non sono pronta. E non parlo di noi. Io, non sono pronta. Il seno mi fa male. Quando riceverai la cartolina forse avro' gia' preso un appuntamento col dottor Brunner. Nel momento in cui avro' imbucato questa cartolina non tornero' indietro.Non ho ancora deciso.Ma la mia decisione sei tu. Sei il mio punto di non-ritorno. Nel bene e nel male.Oh! se ti incazzerai!...forse non vorrai piu' vedermi... Eccoti che arrivi...dovro' inventrami che scrivo a Rut... e tu borbotterai qualcosa..eccoti che mi guardi...appena mi sorridi stacco la penna... .la tua Vania-che-verra' . (Cazzo quanto spazio c'e' nelle cartoline!...sei uno splendore, vorrei posarti le man postato da: il_vile | 02:31 | commenti (1) venerdì, marzo 19, 2004 Chiuse il telefono senza nemmeno salutare. Aveva ancora l'aria bruna della notte e non era sicuro di essere veramente. Non era giorno, o forse si. Non entrava aria. Non era sul suo letto ma sul divano. Lui, evidentemente era. Ma dove? perché? Richiuse gli occhi. Ora il giorno, anche lui era in maniera evidente, deciso, nel calore e nella luce. Aveva appena pronunciato un "d'accordo" ma ci mise qualche minuto a ricordarsi la voce della Pucpot. Si aveva assicurato la sua presenza.... Ma restava pur sempre il fatto che gli mancava l'aria. Non aveva sufficiente aria. Richiuse i suoi desideri. Era giorno ancora, ma lui ora non si trovava più ?? Ahh si, era a prendere un caffè nella Rua du Douradores. La luce metallica dei tavolini lo colpiva dal basso e lo costringeva a non guardare più vicino di un metro da lui. Guardava altrove anche dentro di se. Vedeva l'anonimo centurione che si gettava sul triclinio della bella Poppea e un mare di altre corpose visioni, ma fuori i suoi occhi non avevano nulla. Spenti. Rintanati dentro. I corpi scorrevano ovunque davanti ai suoi occhi. Dentro e fuori. Prese il suo Avana, tagliò la testa e si nascose dietro la nuvola dei passanti. Se ne andò sputando i pezzi di tabacco e dondolando verso le vetrine degli empori. La luce calava, non doveva essere giorno dunque ancora per molto. L'aria era torbida, il respiro pesante. era una questione privata tra lui e quella maledetta radice che lo teneva piantato li', legato ai ricordi di una vita che era sempre stata un desidero inappagato, un soffio di vento. In mezzo al verde acquitrinoso dei giardini pubblici poteva rivedersi in ognuno dei suoi concittadini. Poteva rivedersi in ogni età,ogni destino, ogni sospiro innamorato poiché lui era stato. Era ancora il peggior arrivista che si possa incontrare. Colui che cerca di sopraffare se stesso per poter emergere. La società in cui viveva era lui stesso e il suo unico scopo arrivare prima o poi sulla bocca di ogni suo cittadino.... ..fu proprio nel parco che Miguel incontro' Lennard, un barbone calvo, scontroso e con un alito etilico capace di tenere lontano chiunque. Prese Miguel per le orecchie raccontandogli quanto fosse schifosamente bella la vita. Cosi' passeggiando per il quartiere cinese i due si raccontarono la morte come essi l'avevano finora vista. Tra una sorsatina di cachaca e l'altra, Lennard ricordo' quando aveva visto la guerra tra le sue mani, traboccante dal cranio spaccato di suo figlio; gli torno' poi alla memoria anche il momento in cui uccise la sua unica gallina per festeggiare l'arrivo della primavera. Poi tanti altri ricordi... la madre, il padre, il fratello.... tutto sporcato dalla pallida polvere che trasporta le anime nei giorni di guerra. Miguel rispose che non ricordava. Anzi, si ma l'unico affaire che gli venne in mente con la morte fu la radice dell'albero su cui pisciava da bambino. I due si salutarono calorosamente liberati da sconosciute forze e fratelli nella grande famiglia degli illusi dall'eternità. Dimenticò l'amico e lasciò il mare condurlo verso di se..... postato da: casaruben | 10:14 | commenti sabato, febbraio 07, 2004
* * * Era un uomo basso e dovette alzarsi un poco dalla sedia per allungare le chiavi. Un gesto discreto come di chi sa fare il suo mestiere. Torno' a sedersi e riapri' il libro dove l'aveva lasciato: una cameriera messicana serviva ai tavoli di un bar ai piedi della collina di Banker, quando ancora non c'erano i grattacieli di Down Town a sovrastare la biblioteca civica. Il gatto che stava accucciato sul bancone si mosse pigramente, si lascio' cadere sul pavimento e si mise a seguire silenzioso la donna che aveva appena preso la chiave. Lei non se n'accorse neppure, fu la sua amica a ridere. Guardava il gatto e rideva tenendosi le due mani sulla grossa pancia. L'uomo basso la guardo' da dietro il bancone e penso': settimo mese. Era contento, era bello vedere passare questo genere di persone. Allora chiamo' col suo nome, sottovoce, il gatto. Ruben finse di sentire. NOTA REDAZIONALE: i prossimi step metteteli nei commenti a questo postato da: casaruben | 23:50 | commenti (1) domenica, gennaio 25, 2004
Era tanto che non facevano l’amore. Non cosi’. Finora erano state al gioco. Loris timorosa per l’impaccio del corpo di lei, lei orgogliosa di nascondere il ventre senza attirare attenzione su quello che si poteva o non poteva fare con quell’ingombro. E quei massaggi che le faceva disperdevano le loro sensualita’ nelle chiacchiere sul bambino,e, spesso, sul nome che avrebbe scelto. Cosi’ chiuse gli occhi quasi ridendo nel pensare a due donne, di cui una incinta, che facevano l’amore in un albergo, in un’altra citta’ come fosse stata una fuga d’amore,come una fuga con una persona sconosciuta…perse il sorriso, ma non le belle sensazioni. Loris dormiva e ogni tanto apriva la bocca nel sonno come volesse parlare. Si addormento’ sognando le parole di Loris. Al risveglio avrebbe voluto potersi girare sul fianco con piu’ facilita’.Girarsi verso di lei. Ma scopri’ che, in ogni caso, lei non era li’,non era nel letto. La vide seduta sulla poltroncina davanti al letto alla luce di una lampada (le serrande erano ancora abbassate, ma il giorno si sentiva).Leggeva. Era seduta, in sottoveste celeste, per traverso alla poltrona, con le gambe accavallate su di un bracciolo e la schiena puntata sull’altro. Con una mano si teneva la testa e le dita sottili erano scomparse nei suoi corti capelli neri. In mano,appoggiato sulle cosce, teneva aperto il taccuino di Vania. “Buongiorno” disse Vania, mettendosi, a fatica, seduta sul letto. “Oh…sei, sveglia!..stavo..avevo trovato..” “Non ti preoccupare, leggilo pure” “Scusa, mi ha sempre incuriosito, lo tiravi fuori nelle circostanze piu’ strane e scribacchiavi…allora non e’ vietato!” disse Loris “Non a te” ma intanto Vania si sentiva violata eppure con una specie di rassegnazione, ma con la prepotenza della pace che le dava il pensiero che lei lo leggesse, si lasciava andare al permesso. “Cos’e’?” chiese Loris tornando un po’ indietro con le pagine e poi scapigliandosi la testa da sola con entrambe le mani. “Non lo hai capito?” intanto Vania era in piedi e accennava qualche esercizio ginnico. “Sono frasi, alla rinfusa, ma non sembrano tue” “Perche’ non sembrano mie! Cosa te lo fa pensare?” Vania ora avrebbe voluto toglierglielo di mano. “Ehi, calma! Non so, non ti si intonano…non saprei…forse…” “Forse?...” Loris si alzo’ e le venne vicino. “ Sono di qualcuno piu’ arrabbiato di te, di qualcuno che ha paura. Tu hai paura,Vania?” “Non so, forse vorrei averne…nel senso che sembra tutto cosi’ incosciente e folle e…ehi,dovevi fermarmi con un dito sulla bocca!” “Davvero? Oh, non devo aver letto bene la sceneggiatura..” Loris si butto’ sul letto. Vania le si fece accanto. Si sorrisero.Un brivido della notte scorsa era ancora impigliato nelle lenzuola. “Sai, ogni tanto, in qualsiasi tipo di circostanza, mi capita di pensare a come si sarebbe comportata mia madre al posto mio, cosa avrebbe detto al posto mio, e , ecco, a volte ci penso cosi’ tanto che le trovo…trovo le parole o le azioni di mia madre e le scrivo, le annoto su quel taccuino..” Loris sorrise e si lascio’ cadere la frangia di nero lucente. “A che scopo?” disse. “ Scrivere un libro su di lei. Ma lei non ha avuto una vita interessante. Si,insomma, non da romanzo, allora ho pensato che potrebbe vivere la mia, di vita.” Loris rimase un po’ in silenzio,intanto che le scemava il sorriso“Ti faccio una domanda allora, ma mi devi rispondere come risponderebbe tua madre” “Spara” “Dove credi ti portera’ l’amore?” “All’inferno. Direbbe che l’amore porta a bruciare all’inferno. Ma questa era facile: lo diceva continuamente. A volte credo che io ora sto con una donna perche’ lei ha avuto troppi uomini” “Ti porto all’inferno?” chiese Loris “Vuoi la mia risposta o quella di mia madre?” “E’ una risposta diversa?” Loris le passava una mano sulla pancia,come volesse sentirla crescere sotto il suo palmo. “Si, completamente diversa.” disse Vania e con uno sguardo dispettoso si riprese il taccuino e se lo strinse al petto. Stettero qualche minuto cosi’. Vania sentiva le dita di Loris impresse sulla sua pancia, anzi sentiva le dita di lei dappertutto, come se volessero entrare,come se cercassero un modo per entrare. E,ancora, lo trovarono. Mentre si rivestivano Loris le si avvicino’ di nuovo,pensierosa. “Scusa una cosa…” “Dimmi” “Come fai a scrivere un romanzo su tua madre sovrapponendolo alla tua vita, se sai che lei avrebbe fatto scelte diverse…mi spiego: ho letto che hai scritto che lei, al posto tuo, avrebbe sparato…beh, questo avrebbe cambiato le cose…e lei ora non sarebbe qui dove sei tu….” “Gia. Ma la letteratura ti da la possibilita’ di seguire una storia che e’ piu’ forte della volonta’ dei suoi personaggi. Si possono usare degli artifici. Ad esempio,la pistola si inceppa. Lei vuole sparare,ma non uccide…” “E sei sicura che questo non cambia niente?” “Perche’ dovrebbe?” “Non so” disse Loris. E poi riprese “Posso fare un’altra domanda a Mamma Marta?” “Ok, ma e’ l’ultima” disse Vania, senza nascondere di essere scocciata. “Chi e’ tuo padre?” “In che senso chi e’, non lo so chi e’. Non lo sapeva neanche la mamma.” “Si, lo so. Dico, chi e’, un bastardo, un coglione, un farabutto, un pallesecche, un puttaniere, una checca…” Vania la vedeva incallirsi su suo padre tenendo sospesa una risata a bocca aperta. “Oh…mia madre avrebbe detto semplicemente che era…un uomo” Quella volta, quel giorno che partirono per Parigi,Vania dimentico’ il taccuino in albergo per la fretta di arrivare in aeroporto. Se ne ricordo’ sul taxi, in un femito di terrore. “Che c’e’” le chiese Loris. Vania la guardo’ a lungo senza rispondere. Per lungo tempo quel taccuino era stata la cosa piu’ preziosa per lei, ma ora guardava Loris, sapeva che Loris l’aveva letto e, chissa perche’,non le sembrava piu’ cosi’ importante. “Niente” disse. Guardando Roma sfilarle via sotto le ciglia, dal finestrino del taxi, tenendo una mano sulla pancia, le usci’ una piccola lacrima che nascose. Questa era l’ultima cosa che Mamma Marta faceva al posto suo. Dormi’ per tutto il viaggio. Ed era ancora intorpidita quando arrivarono. Loris l’aiuto’ con i bagagli e la prendeva in giro. Girava per l’aeroporto con la schiena malconcia,un braccio penzolante e l’altra mano a stropicciarsi gli occhi. Fu lo squillo del suo cellulare a risvegliarla. Vania e Loris si guardarono. Poi lei rispose. Loris non senti’ la telefonata,si era allontanata un po’.Ma la immaginava, immaginava che fosse la Pucpot. Quando Vania chiuse, le si avvicino’. “E’ per domani” disse. Loris annui’. “Lo, non ce la faccio…” Loris poso’ i bagagli in terra e l’abbraccio’. “ Ci penso io, devi allentare la tensione…vieni con me…”. Ma lei non si mosse. Una telefonata inattesa le sorprese, per un istante,lontanissime. Solo per un istante. * * * Respiró forte il vento dell’Oceano e guardó verso l’orizzonte dove le nuvole nascondevano il tramonto. Tiró un calcio ad un pezzo di cemento che la salsedine aveva già crepato e percorse piano tutto il lungo terrazzo. Sentiva le onde rompersi sugli scogli ma guardava la fila di finestre delle camere spoglie e vuote. Era tornata la calma finalmente dopo due giorni di confusione, musiche e ansimi. Era tornato ad essere il residence abbandonato in eterna costruzione nel quale viveva da tre anni, da quando i lavori erano iniziati e lui era stato preso come responsabile dell’impianto elettrico. Miguel aveva accettato: era un modo per andarsene da Parigi, era un modo per tornare nel suo Portogallo, era un modo per uscire dal mondo e condannarsi in quell’angolo di Algarve. Stava partecipando ad uno scempio, all’ennesima speculazione edilizia, alla costruzione di un multiproprietà abusivo. Aveva già abbastanza colpe, avrebbe avuto anche quella. E relegarsi lí era un modo di pagare. Il consorzio era poi praticamente fallito e Miguel aveva accettato di restare lí, vivere nell’appartamento modello che sarebbe dovuto essere mostrato ai pochi clienti che non erano mai arrivati, e cercare di affittare quei muri di cemento e gesso come set per fotografi e registi. Aveva scoperto che c’era un certo mercato. Registi francesi depressi che si aggiravano con libri di Camus o Sartre in mano e un vago sorriso per aver trovato una porta per uscire dal tempo, una terrazza di cemento screpolato sull’immensità di un oceano invernale. Miguel li guardava, rideva fra sé e sputava giù verso le onde. Ma il mercato vero era costituito dai film porno. Aveva imparato a conoscere un po’ quel mondo, cosí, guardando gli attori e le attrci aggirarsi per la terrazza fumando una sigaretta e parlando sottovoce a un telefonino con chissà quale città del mondo. Una volta aveva spiato due attrici sfiorarsi le mani guardando il mare. Le riprese invece erano sostanzialmente noiose. Miguel per lo più se ne stava sugli scogli a leggere o a fare finta, e poi la sera nel suo piccolo appartamentino, due camere, arredamento minimale e moderno. La piccola cucinina. Il frigo, la foto della picola Paz – ha due anni, guarda in alto, allunga la mano e ride. Era l’unica immagine appesa in casa sua, oltre ad un quadro anonimo piazzato là dall’arredatore. La piccola era l’unica persona che contasse, ormai. Di appendere altre foto, non ne aveva il diritto. Aveva accettato di prendere su di sé tutte le colpe, anche quelle di Rut, di Vanja, di Loris, di tutti, pur di lasciar fuori la piccola Paz. Non voleva pensarci, non aveva mai pensato che pure avrebbe avuto un qualche diritto a ridistruibire le colpe su tutti. Su tutti quelli che le avevano. Miguel chiedeva soltanto di poter vedere ogni tanto la piccola Paz. Sapeva che lei l’avrebbe riabbracciato con l’affetto di una bambina che capisce. E poi da grande avrebbe capito davvero quello che ora già sapeva. Era lui a decidere quando andare a trovarla: scriveva una lettera a Rut, si mettevano d’accordo scambiandosi parole senza nessun altro senso che il loro freddo significato tecnico. Questa volta era stata la Pucpot a chiamarlo, ad invitarlo, a convocarlo. Senza neppure spiegargli perché. Per questo respirava forte il vento dell’Oceano senza volerlo lasciare. Alcuna voglia di andare a Parigi. Guardava le onde come fosse l’ultima volta. Sarebbe andato a casa di Rut e ci avrebbe ritrovato il suo silenzio. Il silenzio di lui, il silenzio di lei. E il riso della piccola Paz. Sentire il suo riso, risentirlo nuovamente dopo tanti mesi. L’avrebbe fatta girare come una trottola e fatta saltare come un canguro. L’avrebbe presa per le ascelle e fatta volare come un aquilone. L’avrebbe guardata sorridere, ascoltato il suo riso con gli occhi chiusi, sentito le sue piccole dita giocare con le sue o tirargli i peli delle orecchie. E l’avrebbe fatta girare ancora come una trottola. L’altranno l’aveva fatta girare tanto che le era uscito il sangue dal naso. La piccola Paz non aveva neppure capito. Non era successo nulla finché non era intervenuta Rut urlando e insultandolo per la sua immaturità, irresponsabilità e chissà più che altro. Allora Paz si era spaventata e si era messa ad urlare e piangere. Sarebbe stato attento questa volta, ci sarebbe stato attento. Non si sarebbe ritrovato a pulire le chiazze di sangue per terra, come per pulire tutte le sue colpe, le sue responsabilità da irresponsabile. Domani mattina si sarebbe rinfilato il suo enorme cappotto che faceva ridere la piccola Paz e sarebbe partito per Parigi, pronto per immergersi di nuovo in quel gelo. Sperava soltanto di non trovare Camille, l’ipocrisia, quella non poteva proprio sopportarla.
Una telefonata, inattesa come la pioggia d'estate, le sorprese fragili, impotenti come fossero ancora adolescenti. Come avesse fatto la signora Pucpot a sapere del loro ritorno a Parigi era un mistero a cui nessuna delle due sapeva trovare risposta. In fondo, però, dover affrontare tutti appena arrivate, tutte le persone per cui erano fuggite e che avevano tenuto lontane dalla loro mente, era un modo per liberarsi di quel peso ormai troppo grande, per ricominciare davvero, senza più paure, per offrire a quel bimbo (o bimba?) che Vania aveva in grembo una vita migliore, senza vergogna, nella città che in fondo amavano, anche se era stata lo sfondo di tanta sofferenza. Angoscia, rabbia, dolore, un forte desiderio di vendetta nei confronti di Miguel erano tutto ciò che rimaneva, tutto ciò che impediva a Loris e Vania di riprendersi, di trovare pace, di andare all'appuntamento con uno spirito sereno. E poiché sapevano che non ci sarebbe stato lo spazio per scenate o per vendette (la piccola Paz sarebbe stata presente e le volevano troppo bene per renderla partecipe di un tale spettacolo, lei che in fondo era una vittima innocente...) decisero di sfogare parte del loro rancore in una vendetta di marginale importanza: rigare la macchina nuova di quel cafone del direttore capo, un uomo che troppe volte aveva ferito Vania con il suo sarcasmo e che avrebbe fatto meglio a chinare la testa umilmente anziché manifestare le sue manie di grandezza con continui soprusi. E così fu deciso, un piccolo gesto infantile prima di affrontare il grande passo, una piccola rivalsa per riscoprirsi unite, forti, in grado di reggere l'urto di ben altri ricordi. Ci misero pochi minuti dall'aereoporto all'ufficio di Vania, un posto pieno di ricordi, non tutti sgradevoli in fondo. La macchina era quella, difficile sbagliarsi, sembrava voler dire a tutti quanto fosse ricco e potente il suo proprietario e quanto insulsi e sottomessi tutti gli altri. E così Loris iniziò il suo sfregio, guardando la compagna per essere certa di averne la piena approvazione. * * * Tutto era pronto, perfettamente in anticipo. Quando si girò di scatto verso la signora Pucpot per cercare nel suo sguardo una risposta al brivido che aveva attraversato la sua goffa schiena per un attimo la credette morta. Morta… assorta… quale sarebbe stata la differenza agli occhi degli altri? Era sempre lì, immobile, su quella orribile poltrona di velluto verdognolo, da un lato il telefono, dall’altro la porta, sempre in attesa. Di qualcuno. Di nessuno in particolare. Vecchie conoscenze. Suoi alunni ormai grandi, suoi maestri ancora in vita, colleghi non troppo acciaccati. Chiunque, purché le riempisse quei pomeriggi noiosi e la distraesse dagli eterni silenzi di Camille. Ma almeno stavolta non era “chiunque”. Quanti anni avrebbe potuto avere ormai? Nessuno lo ricordava con esattezza, e le sue rughe troppo marcate e il suo viso così cadente traevano in inganno. Camille continuava ad osservarla. Era sempre più magra, secca, un manico di scopa, le gambe due bacchette vecchie e ricoperte di bende… neanche per l’occasione, suo malgrado, aveva potuto toglierle. Le piaghe erano troppo profonde, la pelle si staccava con troppa facilità. Invecchiamento precoce, si ripetevano tutti ogni volta che la rivedevano, e sicuramente l’avrebbero fatto anche quella sera, forse per non impressionarsi troppo. Ma Camille lo sapeva bene: “sessantatrè. sì, va bene, ne dimostra venti in più… da quando ne aveva quaranta…”. Ormai non ci faceva neanche più caso. Insomma, nulla di cui stranirsi. Eppure il suo sguardo era sempre più sgomento. Perché volere un simile ritrovo? Perché, dopo tutto quello che era successo? E perché far venire anche loro, poi? Finalmente focalizzò la questione. Non aveva detto niente, non aveva chiesto nessuna spiegazione fino a quel momento, dopo l’ultima telefonata che aveva ricevuto la vecchia. E dentro era tutto un ribollio. Avrebbe voluto afferrarle le spalle, scuoterla violentemente e vomitarle addosso, singhiozzando affetto e stima, tutta la rabbia e tutto il rancore che aveva silenziosamente covato in quei cinque anni. Un soffio di vento riportò le sensazioni e i pensieri alla quotidianità. Deglutendo trovò la forza di distogliere lo sguardo dalla Pucpot. Poi corse a chiudere la finestra del salotto, prima che quella alzasse la voce per i soliti rimproveri. Rimasero solo la vecchia e la poltrona di velluto, e le si sarebbe potute quasi credere la stessa cosa se non fosse arrivato il trillo del campanello a svegliarla con un sussulto. Si alzò con la caparbia lentezza di chi sa dove deve e vuole arrivare, sbirciò dallo spioncino quelle due figure protese all’ascolto di ogni più piccolo rumore proveniente dalla porta. Sorrise emozionata e girò la maniglia. “Ohhh, Clooò, Riiiì! Buonasera! Siete i primi, accomodatevi.” Mentre raggiungeva gli altri all’ingresso Camille pensava a quante altre volte nelle ore successive avrebbe suonato il campanello e a quanti altri “ohhh!” avrebbero accolto i tanto attesi ospiti. “Eh già, siamo un po’ in anticipo… non disturbiamo vero? Ciao Camille, come stai? Tutto bene?” “Benegrazie Clotilde, e tu?” “Non c’è male, non c’è male… Vieni Rì, dammi il cappotto chè lo porto di là!”. “No, non ti disturbare! Rì, dai a me, ci penso io: mi aiuterà Camille”. “Non ho mai sopportato quella voce così squillante… ti prego, intrattienili tu mentre io vado in bagno”. Ma dopo aver posato i soprabiti Camille rimase nella camera da letto ancora qualche minuto a contemplare il suo quadro preferito o forse il suo riflesso nel vetro. Per una volta era d’accordo con la vecchia, e se ne compiaceva. “Credi che ci saranno tutti stasera?” bisbigliò Clotilde a Richard. La risposta fu uno sguardo perplesso. “Quindi verranno anche loro?”. Lo sguardo rimase perplesso, ma stavolta indugiava sulla poltrona di velluto che gli si stagliava davanti in tutta la sua bruttezza… “Pare proprio di sì.”. * * * “Quattordici” penso’ Paz. Aveva iniziato a contare le volte che Miguel sputava dal finestrino. Lo vedeva dilatare le orbite dei piccoli occhi, governare un grumo di catarro giallastro (una volta era andata a cercarlo, quando erano ancora laggiu’, quando lui la prendeva per mano…una volta che lui si era fermato a far due chiacchiere con un signore,era andata a cercare dove fosse finito…e le era sembrato un piccolo invertebrato indifeso, come quelli sul libro di scuola..)e sputava. E Paz faceva quel che poteva per seguire il percorso di quella piccola cometa che si lasciavano dietro e che la pioggia forse stava disperdendo. Quella stessa pioggia che le solleticava le ginocchia,entrando dal finestrino di Miguel e finendo su di lei,seduta dietro. Lui era perso nel suo cappotto, ma aveva quel suo viso enorme e girava la testa un po’ insieme al volante.Appena appena.Forse lo vedeva solo lei, forse neanche la mamma lo vedeva. “…diamine Rut, non te ne sto facendo una colpa!” disse Miguel. “Beh, dico solo che se non volevi venirci non eri obbligato…” Rut aveva la testa appoggiata sul finestrino. “Non ho detto questo” “Oh ma il senso era questo…lo so benissimo!” (Quindici, penso’ Paz) e Rut prosegui’:“Non diro’ niente, se e’ questo che ti preoccupa, non sei neanche tenuto a salutarle, e poi, non e’ neanche detto che vengano.Ci odiano”. “Io non c’entro con quella gente” disse Miguel e Rut si giro’ verso di lui, severa. Lui non si mosse. Forse appena appena il collo. “Io e Paz siamo “quella gente”, non c’entri niente con noi? Rispondi!” Miguel piego’ le labbra verso l’interno. “Paz?non sa neanche di cosa stiamo parlando..,vero Paz?” Paz avrebbe voluto fuggire dal riquadro dello specchietto,ma se si fosse spostata di lato a lui sarebbe bastato girare un poco quel grosso naso buffo per vederla. Cosi’ rimase immobile, e in silenzio. “Lasciala in pace” disse Rut. Intanto apriva piano con una dolcezza infinita quella sua borsetta che si chiudeva con l’incastro di due chiodi che si abbracciavano, ne estrasse un fazzoletto, lo inumidi’ un poco con la punta della lingua e lo uso’ per pulire un’ultima traccia di rosso sulla guancia di Paz. In effetti Paz non ne sapeva niente. Sapeva solo che non voleva andare, dovunque si andasse, ma sapeva anche che dopo tutto quello che era successo, forse, non sarebbe piu’ tornata in casa sua, non avrebbe piu’ rivisto la sua cameretta. E lo aveva capito perche’ nessuno, aveva pulito quella macchia di sangue sul tappeto.Qualcuno (Miguel? Rut? Chi?) voleva che rimanesse un segno di quello che era successo, come se non bastassero gli incubi. “a volte lavare lascia piu’ traccie che non lavare affatto” aveva sentito dire da Miguel, origliando. “Rut?” “Checc’e’” “Un giorno voglio rivederla. E anche te. Un giorno, promettimi, che vi rivedro’ a te e a Paz” Rut non rispose e riappoggio’ la testa al finestrino. Paz non aveva mai sentito Miguel cosi’ debole, cosi’ perso, e senza sapere esattamente come si sarebbe difeso, non lo aveva mai visto tanto esposto, tanto vulnerabile, lui, quell’uomo che insegnava il cinismo della dolcezza, che sapeva concedere una carezza con la mano rigida dello schiaffo, Paz non aveva mai visto quest’uomo sul punto di piangere, ma fu allora che penso’ che,forse, non lo amavo poi tanto, che non era poi cosi’straordinario, che, penso’, sarebbe stato buffo su un cavallo… Si fermarono davanti un portone che nel grigio della pioggia sembava giallo. Rut accartoccio’ il fazzoletto sporco di rosso e aprendo lo sportello lo lascio’ cadere in terra, mentre contemporaneamente apriva l’ombrello. Paz, mentre scendeva anche lei dalla macchina,senza essere vista, lo raccolse prima che un rigagnolo lo portasse via. Miguel disse che andava a cercare parcheggio. Rut disse di sbrigarsi, che loro lo avrebbero aspettato di sopra. “di sopra” dove? Penso’ Paz. E penso’, mentre vedeva che la macchina muoversi,che anche se qui, “di sopra” sarebbe stata al sicuro, casa sua era sempre quindici (sedici, adesso) sputi piu’ in la’. “Non torneremo mai piu’ a casa vero mamma?” ma Rut si mise a ridere tanto che le si piego’ un po’ l’ombrello e due goccie toccarono le guance di Paz. “ma come ti viene in mente! Certo che ci torniamo!” e le passo’ le dita sotto il mento. Paz non era abituata neanche a sorridere.E anche questa volta terra’ tutto il chiasso dentro, cercando di capire la sfumatura di indifferenza adatta alla circostanza. Cosi’ nessuno dei presenti notera’ il gigantesco,incontrollabile, sorriso che le sfuggira’, piu’ tardi, alla vista del pancione di Vania. Zia Vania, come le avevano detto di chiamarla. * * * Chiuse piano la porta e si fermó lí dietro, immobile, voleva sentire i suoi passi andarsene, scendere veloci i centocinquanta scalini. Voleva immaginare la sua figura sottile avanzare nella penombra dell’atrio. Aspettare di sentire il cingolio arrugginito e lontano, giú in basso, del portone che si apre a fare entrare la luce come se oggi fosse una giornata di sole. Trattenere il respiro per sentirlo sbattere chiudendosi. Ecco. Ritrovarsi a guardare le proprie mani sulla porta, la porta di casa sua, di nuovo chiusa. Essere di nuovo chiusa dentro. Smise d’immaginare la schiena e il passo deciso di chi se n’era appena andato e puntava sotto il suo ombrello verso il metró, forse correndo, restando peró lí davanti agli occhi di Vania che si guarda le mani ferme, aperte, appoggiate al legno. Le parve di risentire il suo riso. Allora Vania staccó le mani dalla porta, si toccó l’occhio destro come faceva spesso e andó alla finestra ch’è il posto di casa dove meglio non pensa. La piccola corte interna, le pareti grigie, le finestre con le tende tirate, il ritaglio di cielo in cima. E i tubi dell’acqua che ornano il muro di fronte: è da anni che gioca a capire quali siano quelli dell’acquedotto e quali delle fogne. Ma che importa? Soltanto stare a guardare quei tubi incrociarsi e intrecciarsi. Trovare qualcuno che sappia leggerli, come le linee della mano, e dire qualcosa di lei che in quella casa ci abita da troppo tempo. “Gli idraulici parigini, tra le poche persone simpatiche di questa città”, aveva l’abitudine di ripetere ai suoi ospiti indicando quel groviglio assurdo. Qualcuno le aveva risposto che gli idraulici parigini dovevano sicuramente avere qualcosa in comune con gli antennisti di Roma, ma oggi non aveva proprio voglia di cercare di ricordarsi chi potesse esser stato. Dalle finestre del seminterrato arrivava come sempre il brusio fastidioso della rilegatoria. Col rumore a volte saliva anche l’odore, il tanfo del cuoio lavorato; per questo Vania detestava quegli odiosi album di pelle. Miguel un giorno d’estate, la finestra era spalancata, aveva tirato un grande respiro ed era sbottato tutto soddisfatto: “E’ lo stesso odore di certe calli di Venezia”. Sicché ogni volta che quel nauseabondo fetore le impregnava la casa, Vania si consolava ripetendosi di essere nella sua piccola Venezia. Miguel allora era un’altra persona, lei anche forse. Nessuna voglia di pensarci adesso, soltanto sfilarsi veloce i vestiti, lasciarli lí in terra e buttarsi sotto una doccia bollente. Le sarebbe bastato vedere la piccola Paz, giocare con lei? Sarebbe bastato per riuscire a ricominciare? O se ne sarebbe rimasta in disparte, aspettando, lasciando che fosse Loris a giocare con la piccola, come se a lei di Paz non importasse poi molto. Della piccola, di tutti. Sarebbe finita cosí? Loris l’aspettava. Doversi preparare, che voleva dire? Ormai era vestita, s’era anche passata veloce la matita nera sugli occhi e aveva le chiavi in mano. Era pronta? Tiró forte la porta e si chiuse fuori. Scendendo di corsa le vecchie scale del suo palazzo Vania pensava all'enorme differenza tra la vita come aveva provato ad immaginarla e ciò che davvero era successo. Non si sarebbe potuto raccontare nulla del suo passato con frasi poetiche, non se ne sarebbe potuto fare un film e nemmeno un medocre romanzo.Ma perchè pensare a questo in un istante qualunque di un giorno che doveva essere come gli altri?ad un osservatore esterno quell'attimo sarebbe parso banale forse come qualunque altro, ogni cosa della sua vita vista da vicino poteva essere considerata piccola e insignificante, ogni sua sensazione, ognuno dei momenti che in qualunque parte del mondo avesse passato in solitudine. O con Loris, o con i suoi fratelli o con gli amici irrimediabilmente perduti. Eppure sembrava che quel giorno, in quelle ore, si sarebbe come composto il quadro della sua esistenza e ogni cosa sarebbe sembrata perfetta ed al posto giusto come in un'opera d'arte: i momenti decisivi di un intera esistenza non hanno nulla di eroico e, presi da soli, nulla di veramente conclusivo. Pensieri assurdi da fare scendendo 150 gradini del suo palazzo? pensieri troppo oscuri, anche nella penombra dell'ingresso che da un momento all'altro sarebbe stato illuminato dalla scarsa luce di quel giorno di pioggia e dalla bella figura di Loris che, pensava, aspettava lì davanti per essere abbracciata come quando erano felici. Con la scusa della pioggia, Loris rientrò in macchina senza nemmeno guardarla uscire dal portone laccato di verde che le ricordava tanto quella maledetta estate passata a casa di Rut a Lisbona. Gli azulejios erano lontani nella memoria almeno quanto i candidi propositi a cui fecero da contorno. Vania entrò in macchina sussurrando un saluto così leggero da essere sopraffatto dall'adagiarsi della veste sul sedile. Se fosse stata un'altra occasione, quella, probabilmente lei si sarebbe aspettata dei complimenti da Loris, ma con gli anni aveva imparato a capire quando potere aspettarsi qualcosa da lei e quando invece era molto più utile godere del suo silenzio. Guardò il suo portone ed ebbe dentro di se la forza dei ricordi d'infanzia, in quella stessa casa, quando Mamma Marta era ancora viva e nei giorni piovosi come quello l'aspettava tenendo il portone di casa socchiuso, seduta sulla sediola che una volta era del portiere. Loris, lei non sentiva Vania. Il volante girava,la sigaretta nella mano sinistra; occhio, attenta al vecchio. Non devi pensare a queste cose. Il tempo ha trasformato le cose e raso al suolo gli oggetti meno insignificanti della vita; Rut, che idiota. L'idiozia è un sacro dono di pochi. Rovinarsi così per quello stolto di Miguel. Inetto. Basta non ci pensare più. Cazzo ci saranno anche i bambini dalla Pucpot. Non devo parlare di Rut. A Parigi, la gente entra in macchina solo per pensare e per stare da sola. Il metro oramai non lo usa più nessuno. Ci stanno solo i turisti e qualche povero coglione che ancora ha voglia di stare in mezzo alla gente. “Ti ricordi l'indirizzo preciso?” chise a Vania. “5, place Furstenberg” meccanicamente rispose, riprendendo immediatamente il filo dei suoi pensieri a voce alta:”Hai più avuto nuove di Rut? ... sai, l'altra sera pensavo che forse dovremmo rivederla, non credi??” “perché dici, questo? E' lei che ci ha eliminato dalla sua esistenza, e noi adesso dovremmo chiamarla?? Poi non credo di poter sopportare la vista di Miguel “. “Lo so. Vorrei tanto però rivedere la piccola Paz. Certo che con due genitori così chissà come sta venendo su...”. “Che cazzo di discorsi fai? Verrà su come qualsiasi altra bambina. Loro sono delle persone normali, no, ti rircordi?....mi passi l'accendino?” “Tieni”. Però mi mancano. Perché? No, mi manca quel tempo in cui credevo di poter sfuggire. Mamma Marta me lo diceva sempre.”non devi sempre stare a cercare. Resta qualche tempo, altrimenti alla fine rimarrai da sola”- Barrio Alto- guarda che strano colore ha la Senna- quante volte ci sono scesa la giù. Mai. - e a Baixa?- Eppure è sempre restato lì. Stasera farò finta di stare bene. Saluterò la Pucpot come se.... cazzo rivedrò tutti. Ognuno con i loro marmocchi. povera Lo, lo sapevo che non voleva venirci-non fa nulla.- e poi la gente che non avrò mai visto. Parcheggiarono sul lungo Senna. Erano oramai abituati alla pioggia. Camminarono distanti lungo i muri. Passando per rue Bonaparte, Loris lanciò un'occhiata ad un altro frammento della sua vita fermatosi sulle antiche vetrate dell'Accademia delle Belle Arti, ma tutto si concluse rapidamente. La nuvola di vapore intorno alla macchine impediva ad entrambe di guardare Saint-Germain-des-Près da cui proveniva soltanto la luce dei café ed il rumore del traffico. Il vento s'incanalò versò rue Jacob, e lo seguirono. Quando entrarono al numero 5 di place Furstenberg furono catapultate nelle atmosfere che avevano tentato di soffiare via con forza per anni. Alla fine le membra cedono e con esse anche i principi... immensamente deboli davanti alla paura, si ritrovarono vicine, a godere l'una il calore dell'altra. Avrebbero avuto voglia di abbracciarsi, entrambe. Nessuna lo fece. Suonarono all'interno 12 con la stessa fragilità con cui si può chiedere conferma di una brutta notizia... o, piuttosto, con cui si può prendere coscienza della fine. Non avevano mai guardato al passato recriminando scelte. Una volta si sentivano forti per questo. Ora, per la prima volta, avevano preso la decisione di capitolare. Di arrendersi a qualcosa. Cedere la propria identità. “Ohhh, ecco le nostre due nuove amiche.... Venite ché vi presento gli altri...” disse la signora Pucpot appena aperta la porta. C'erano tutti. Erano tutti lì. Tutte le persone che la notte prima Loris e Vania avevano immaginato. Un unico saluto alla comunità le salvò dalla tragica processione delle presentazioni. Tolti i capotti, si gettarono immediatamente verso il tavolo delle bevande. Era un gesto automatico che le riportava vicino alla loro adolescenza. Avvolte l'una nell'altra... Loris guardò la sua compagna e non ritrovò più nulla della persona che le porse il suo primo alcoolico molti anni fa. Non ritrovò nulla. Era bella Vania ed era bello che la sua bellezza fosse nascosta in così poca carne, in quelle dimensioni così minute. Si riscoprì nuda, insieme a lei. Tutto era avvenuto in una sola vita e le coincidenze verso altri luoghi le avevano lasciate altrove.... ogni cosa si era chiusa dentro un involucro di piombo ed oramai era impossibile tirarne fuori qualcosa. Era bella con quel vestito nero.... Lasciò lo sguardo e puntò il culo su una poltrona da dove poteva osservare senza disturbo. Guardò Vanny che si allontanava. Alla ricerca, come sempre, ma di cosa alla fine??? L'aveva sempre assecondata senza chiederle nulla..... Lei, Vanny, sapeva o poteva almeno sperare di trovare delle facce conosciute tra tutte quelle sfocate che riempivano il salotto. Aveva deciso di capitolare sino a trovare un perché per tutta la sua storia. Era d'altronde andata lì per quello. Si sforzava di credere che se avesse visto anche solo una delle persone che lei e Lory avevano incontrato a Lisbona, allora si, forse lei avrebbe potuto capire. Era inverno. A Parigi d'inverno le persone hanno freddo e diventato più docili. Ma è una docilità felina. L'importante è salvarsi. Ma perché?? Non c'è altro? L'amore? I minuscoli attimi? Preferisco il freddo, d'altronde il mio corpo passerà la maggior parte del suo tempo al freddo. Al gelo. L'importante non è salvarsi. Non c'è alcuna cosa importante che valga veramente la necessità di sentirsi vivi. Lo si è e basta.... Tutto il gomitolo doloroso della sua vita si sciolse in un tempo misero. Paz, era lì. La piccola era sola, seduta accanto ad un signore anziano con aria da intellettuale, schiacciata dalla sua aria. Sembrava una madonnina, di quelle che si incontrano agli angoli delle strade di montagna. Lì, la su, esse sono la salvezza e la risoluzione del passato e del presente e Paz, in quella poltrona, era la risoluzione di tutto. Era l'unica a non essere a conoscenza di nulla, ma la sua presenza sembrava giustificare tutto ciò che Vanny aveva visto e vissuto sino ad allora. Si guardò intorno. Loris, Paz, lei, Rut, Miguel, Mamma Marta, la Pucpot e tutti gli sconosciuti presenti, i loro figli. Baixa, Saint-Germain. Le alternative passate e presenti cominciarono a svanire. Scivolarono via. Tutto sarebbe potuto tornare indietro o avanti. Era tutto simmetrico sin dal principio se mai ce ne fosse stato uno...... ….fu allora che Vania capi’. Capi’ che nessuno sapeva da dove era cominciata la storia eppure tutti, tutti i presenti in quel momento nel salotto della Signora Pucpot, sapevano che, da dovunque fosse partita…beh…era finita qui. Per molti fu il primo incontro con qualcosa che non avesse niente a che vedere con un dopo, un poi. I ragazzi che ne sapevano di queste cose?…e pure gli adulti, la Signora Pucpot e Loris e gli altri…nessuno aveva dubbi…tutti riconoscevano che, seppure non avevano esperienza di cose di questo tipo,e’ cosi’ che finiscono le storie delle quali non si conosce il principio.La stanza prese di colpo lo squallore di una festa finita, del compleanno di un morto.Ogni oggetto carico di colore sembrava dondolare strazio come un addobbo strappato. Qualcuno in fondo alla sala singhiozzava, pareva un pianto di donna, oppure una crepa nel soffitto blu pastello da cui filtrava la pioggia…e il pianto gocciava. Qualcun altro sembrava indietreggiare senza muoversi.Qualcuno sospirava forte e sembrava non voler smettere, mai.Qualcuno accese la sigaretta.Qualcuno la spense (come se ci fosse un equilibrio da rispettare). Piu’ d’uno poso’ il proprio brandy su tavolini di vetro con le gambe dipinte d’ocra.Per essere libero. Ci fu qualcuno che poi distolse lo sguardo, ma per lo piu’,tutti, tutti,nessuno escluso,avevano visto. E si ostinavano a vedere. L’imbarazzo di un istante prima si infilo’ nei taschini dei signori ad asciugarsi. Lentamente piccole dedizioni ai propri corpi sembravano scoperchiare quel soffitto di fumo da pipa e balsami pregiati. Lentamente qualcuno socchiuse gli occhi o si passo’ una mano sul collo o tra i capelli.Un uomo strofino’ appena la spalla nuda della sua compagna. Vania osservava tutti e tutti guardavano nella stessa direzione, come se aspettassero una risposta da qualcuno.In un attimo,lei, si senti’ l’unico essere vivente in quella stanza,sentì che proprio cio’ che bloccava tutti gli altri, senza parole inghiottite nei sospiri, a lei dava una nuova forza. “Andiamo, Loris” disse “voglio andare a casa”. Ma Loris non la senti’ affatto. FINE E diceva: “ A cosa noi il Regno di Dio o con quale parabola lo rappresenteremo? Egli e’ come un granello di senapa, che, quando si semina in terra, e’ il piu’ piccolo di tutti i semi che sono sulla terra, ma, seminato che e’, cresce e diventa il maggiore di tutti i legumi e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono mettersi al riparo alla sua ombra” (Vangelo secondo Marco, 30-33) postato da: il_vile | 14:31 | commenti (4) domenica, gennaio 18, 2004 ….fu allora che Vania capi’. Capi’ che nessuno sapeva da dove era cominciata la storia eppure tutti, tutti i presenti in quel momento nel salotto della Signora Pucpot, sapevano che, da dovunque fosse partita…beh…era finita qui. Per molti fu il primo incontro con qualcosa che non avesse niente a che vedere con un dopo, un poi. I ragazzi che ne sapevano di queste cose?…e pure gli adulti, la Signora Pucpot e Loris e gli altri…nessuno aveva dubbi…tutti riconoscevano che, seppure non avevano esperienza di cose di questo tipo,e’ cosi’ che finiscono le storie delle quali non si conosce il principio.La stanza prese di colpo lo squallore di una festa finita, del compleanno di un morto.Ogni oggetto carico di colore sembrava dondolare strazio come un addobbo strappato. Qualcuno in fondo alla sala singhiozzava, pareva un pianto di donna, oppure una crepa nel soffitto blu pastello da cui filtrava la pioggia…e il pianto gocciava. Qualcun altro sembrava indietreggiare senza muoversi.Qualcuno sospirava forte e sembrava non voler smettere, mai.Qualcuno accese la sigaretta.Qualcuno la spense (come se ci fosse un equilibrio da rispettare). Piu’ d’uno poso’ il proprio brandy su tavolini di vetro con le gambe dipinte d’ocra.Per essere libero. Ci fu qualcuno che poi distolse lo sguardo, ma per lo piu’,tutti, tutti,nessuno escluso,avevano visto. E si ostinavano a vedere. L’imbarazzo di un istante prima si infilo’ nei taschini dei signori ad asciugarsi. Lentamente piccole dedizioni ai propri corpi sembravano scoperchiare quel soffitto di fumo da pipa e balsami pregiati. Lentamente qualcuno socchiuse gli occhi o si passo’ una mano sul collo o tra i capelli.Un uomo strofino’ appena la spalla nuda della sua compagna. Vania osservava tutti e tutti guardavano nella stessa direzione, come se aspettassero una risposta da qualcuno.In un attimo,lei, si senti’ l’unico essere vivente in quella stanza,sentì che proprio cio’ che bloccava tutti gli altri, senza parole inghiottite nei sospiri, a lei dava una nuova forza. “Andiamo, Loris” disse “voglio andare a casa”. Ma Loris non la senti’ affatto. FINE E diceva: “ A cosa noi il Regno di Dio o con quale parabola lo rappresenteremo? Egli e’ come un granello di senapa, che, quando si semina in terra, e’ il piu’ piccolo di tutti i semi che sono sulla terra, ma, seminato che e’, cresce e diventa il maggiore di tutti i legumi e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono mettersi al riparo alla sua ombra” (Vangelo secondo Marco, 30-33) postato da: il_vile | 15:04 | commenti (11) |